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ABBAZIA DEI SS. VINCENZO ED ANASTASIO

Collocata a valle, questo monastro, dedicato originariamente a S. Maria e S. Anastasio, è situato ai piedi del Monte Amandola a circa 510 mt. sul livello del mare fra due fossi che successivamente si infittiscono a formare il torrente Lera. Appartenente al Ministero di Monte Calvelli, le prime testimonianze risalgono al 1044. Venne eretta da abati appartenenti alla famiglia nobiliare nei conti Adalberti di Amandola e poi, dalla metà del ‘400, “clara in Commenda” con progressiva ripartizione dei possedimenti e in rovina già dalla metà del ‘500. La planimetria originaria della chiesa prevedeva un’unica navata con presbiterio rialzato, un’abside e la sottostante cripta, sorretta da un pilastro centrale a sostegno della volta a botte, a cui si accede mediante due passaggi laterali; una scalinata centrale collega il piatto della nave col presbiterio. Sul lato destro della navata si aprivano delle cappelle i cui archetti ancora sono visibili sulla parete di attacco del corpo centrale. Il transetto si estendeva lungo il lato di sud ovest, racchiuso da tre parti (attualmente è visibile solo il corpo di collegamento fra le alte ali e parte dell’ala destra). Della primitiva torre campanaria, contrapposta all’edificio conventuale, rimane un esile campanile “a vela” fra il corpo nella chiesa e la sacrestia. Già nel 1295 vennero indette indulgenze per la ricostruzione del convento, i cui lavori proseguirono sino agli inizi del XV secolo; successivi rimaneggiamenti si effettuarono nel XVIII sec, forse in relazione all’instabilità del complesso dopo i terribili terremoti del 1703, del 1741 e del 1771. L ‘attuale chiesa è costituita invece da quello che in origine era il presbiterio e l’ingresso, soprelevato forse nel 1800, come riportato in un mattone nella facciata: esso è quindi eccezionalmente rialzato e si apre direttamente nell’abside con conseguente capovolgimento dell’asse primitivo della chiesa. Nell’interno, una tela raffigurante la Madonna con Bambino fra i Ss. Vincenzo ed Anastasio, di Domenico Malpiedi, venne trafugata nel 1983, mentre il Cristo ligneo Trionfante posto sull’altare dedicato a S. Antonio abate è ora nella chiesa di S. Francesco.

ABBAZIA DEI SS. RUFFINO E VITALE

Altra abbazia diametralmente opposta rispetto a quella dei Ss. Vincenzo ed Anastasio è il complesso di S. Ruffino e Vitale, lungo la sponda destra del fiume Tenna. Il Ferranti (1891) afferma che in un documento del 20 luglio 1267, i signori di Monte Pasillo (località adiacente a Comunanza), vendendo al Comune di Amandola 180 famiglie con il castello ed il monte di Marnacchia, vollero mantenere intatti i diritti che il monastero aveva su tali beni; dieci anni dopo tale situazione si ripeteva per i beni venduti dai signori De Smerillo. Queste considerazioni hanno suggerito che questo monastero fosse di giuspatronato della famiglia di Monte Passillo imparentata, fra l’altro, con i De Smerillo. Non esiste documentazione antecedente se non per congiunzioni artistiche rilevate nel tempio ipogeo, grotta, o nella cripta di una primitiva chiesa sulle cui fondazioni è stato successivamente costruito l’attuale complesso, risalente all’epoca romanica. E’ questo un ambiente primitivo coperto a botte e scavato nel tufo la cui unica apertura è costituita da una finestrina posta nella zona absidale; sulle sue pareti è scritta una delle pagine artistiche più antiche della regione, che viene messa in relazione con l’analogo percorso liturgico della cripta di S. Vincenzo al Volturno (824-842): una lunga teoria di santi, in parte identificati dal nome, a grandezza quasi naturale e con il palmo delle mani affiancate rivolto verso la mano benedicente del Santo Padre nel centro dell’abside. Le condizioni delle immagini ne rendono difficile la lettura. La chiesa soprastante romanica, intersecandosi con l’altro percorso, si articola in tre navate distinte da colonne di cui la centrale ricoperta da capriate le laterali, in origine, da crociere; un alto presbiterio inscritto è accessibile mediante una scalinata centrale nella già citata cripta di S. Vincenzo, mentre ai lati, due aperture conducono alla cripta sotto il monastero. Questa è caratterizzata da cinque navatelle, di cui quelle laterali più ampie con volte a crociera che farebbe supporre una datazione intorno all’XI secolo. Si può supporre però anche una datazione più tarda, in ragione delle caratteristiche di accentuato geometrismo da tozze colonne terminanti con pulvino decorato a foglie angolari. Nell’abside centrale, in un contenitore, i resti umani di quello che la tradizione vuole sia S. Ruffino, venerato da chi è portatore di ernia. La leggenda infatti narra che i malati di ernia guarissero o trovassero sollievo dalle sofferenze passando per tre volte sotto uno speciale altare. La facciata, rimaneggiata, si compone di un portale ai cui lati sono ricavate due finestre mentre quella sovrastante è stata aperta nel XVIII secolo. La zona absidale, sottoposta a restauri nella parte alta, è composta da un’abside centrale scandita da paraste e chiusa in alto da una cornice decorata a beccatelli e denti di sega e due absidi laterali di cui, quella di sinistra è completa, mentre la controlaterale è solo accennata (si scorgono ancora nell’angolo fra la torre e la chiesa residui in pietra che farebbero supporre un’altezza simile alla abside principale). Lungo il fronte sud si sviluppa il convento disposto su due piani di cui quello superiore adibito alle celle monastiche; racchiude un cortile centrale con unico ingresso esterno nella parete est; la torre quadrangolare del XIII secolo, di cui un restauro è documentato nel 1429, permette il collegamento fra il convento e l’edificio religioso; nel prospetto est è ancora visibile lo stemma del Comune di Amandola

CHIESA DELLA SS TRINITA'

Un rogito datato 14 giugno 1265 sancisce la vendita di una chiesa dedicata a San Ruffino, sita nel breve piano del Castel Agello, da parte del proprietario Ser Arpinello dei Conti Giberti al nascente Comune di Amandola. Lo storico Ferranti (1891) suggerisce che sia stata edificata dagli stessi monaci benedettini che costruirono l’Abbazia dei Ss. Ruffino e Vitale, mentre i rilievi documentali mostrano che la costruzione comprendeva ad origine anche l’abitazione dei monaci ed una vigna ai piedi di Agello, come risulta dalla vendita di questa al Comune nel 1277. Solo più tardi la chiesa acquisì definitivamente il titolo di Ss. Trinità in seguito alla costituzione della medesima Confraternita. L’edificio mantiene tutte le caratteristiche di compattezza nella tessitura muraria in pietre e laterizio, come si addice ad una costruzione romanica. Ad unica aula con volta a capriate, spessi contrafforti bilanciano le pareti laterali per mantenere la spinta contraria delle “catene” del tetto; fra queste lesene, ampie finestre strombate aperte nel 1576 permettono il passaggio di luce che rischiara la penombra dell’ambiente; la facciata reca un portale della stessa epoca e, soprastante una finestra dallo sguancio accentuato. Un campanile a vela si eleva a suggerire lo slancio verso l’alto della greve costruzione. Nell’interno, a pianta rettangolare, l’altare ligneo dell’amandolese Simone Benattendi successivamente dorato dai fratelli Malpiedi, è composto da due ordini di colonne di cui quelle anteriori decorate ‘a racemi mentre quelle posteriori, rastremate, sono decorate per un terzo della base, quindi scanalate. Capitelli corinzi sostengono l’architrave che fa da base al fregio interrotto da un cartiglio centrale dorato mentre il frontone chiude in alto la trabeazione su cui due angeli, che mantengono un encarpo, racchiudono in un piccolo timpano l’immagine dell’Eterno. La pala d’altare è costituita dal Cristo agonizzante di fattura veneta (1620), in origine policromo, a cui fa da sfondo la sottostante immagine dei Ss. Ruffino e Vitale, del Malpiedi (1648). Altri due altari sono disposti ai lati, quello non completato, mancante della doratura’ è opera di Scipione Paris o della sua bottega (1678), mentre quello di sinistra che racchiude l’affresco di Muzio Vannucci, amandolese, è datato 1606 e ripete la raffigurazione dei Ss. Ruffino e Vitale accanto alla Madonna in trono; dello stesso autore l’opera contrapposta datata 1600. Due tele concludono l’arredamento: una Madonna con Bambino fra i Ss. Filippo, Desiderio; e la Madonna con Giuseppe e S. Antonio da Padova che intercede per la salvazione delle anime.

CHIESA DI S. AGOSTINO, SANTUARIO DEL BEATO ANTONIO CON ANNESSO CHIOSTRO

Sin dal 1301, l’Ordine Agostiniano era insediato nell’attuale sito, lungo il crinale del colle Marrubbione, uno dei tre rilievi formanti il territorio comunale. Dal primitivo romitorio si svilupperanno, grazie a lasciti privati ed a sussidi comitali, il convento col chiostro e la chiesa monumentale che saranno sottoposti a successive trasformazioni nel corso del tempo: l’ampliamento sotto il priorato di Antonio Migliorati (1355 -1450); la decorazione barocca con stucchi, figure allegoriche ed affreschi, rappresentanti alcuni miracoli compiuti in vita dal Beato Antonio ad opera del Malpiedi; infine i rifacimenti del ‘700 che mutarono radicalmente lo stile del fabbricato con l’allungamento del corpo verso la piazza ed il completo rinnovo dell’interno nello stile neoclassico, operato dall’architetto Pietro Maggi fra il 1758 ed il 1782. Una ampia scalinata degradante colma attualmente il dislivello fra il piano stradale ed il piano di calpestio della chiesa, esito dei lavori di rimaneggiamento della piazza eseguiti agli inizi del XIX secolo. La planimetria dell’edificio si compone di un’unica navata con copertura a volta ed in corrispondenza del presbiterio, da un breve transetto, illuminato dalle finestre del tiburio ottagonale, affrescato dal tolentinate Francesco Ferranti (1873-1951) agli inizi del ‘900. L’esterno si presenta come un blocco compatto di alte mura percorse da costoloni mentre uno svettante campanile, completato nel 1464 da Pietro Lombardo (1435-1555) si pone a coronamento della massa architettonica terminando con una cuspide ottagonale; l’abside rappresenta la parte più antica della costruzione ed è inglobata nel primo piano della torre campanaria. Della struttura originale rimane il portale opera di “MARINUS CEDRINUS VENETUS SCULTOR MCCCCLXVIII” come riportato nella fascia dell’arco a tutto sesto interposta fra la doppia ghiera; quella sottostante è decorata a girali con grappoli e pampini alternati. L’arco poggia su colonnine tortili e pilastrini in travertino terminanti con capitelli a fogliami. Nella fascia esterna, verticale, sono scolpiti due putti che suonano una tromba, sotto a sinistra S. Monica, a destra S. Agostino; infine alcuni strumenti da calzolaio suggeriscono la probabile committenza: JOHANNES (de) VANNIS appartenente, appunto, alla corporazione dei calzolai. Una vetrata policroma raffigurante il Beato Antonio venne commissionata all’Istituto di pittura di Monaco e posta in loco nel 1900. Sempre di Francesco Ferranti sono una “Esaltazione del Beato Antonio” che campeggia al centro dell’abside mentre una “Vocazione del Beato” ed una “Madonna della Cintura” ornano i primi due altari laterali (1906-8). Sempre nell’abside, alcune scene del pittore camerinese Orazio Orazi (1903-6) rappresentano i “Miracoli del Beato”. Resti di un coro ligneo del XV sec. con al centro, nella nicchia protetta da una grata in ferro, la “Pietà” in terracotta di arte tedesca dei primi anni del ‘400 , concludono l’arredo. Nel 1888 in seguito alla sistemazione della strada provinciale per Macerata, il convento subisce pesanti rifacimenti tanto da stravolgerne la struttura; tracce della primitiva decorazione delle lunette (sec. XVII) possono ora scorgersi lungo il corridoio di accesso alla nuova cappella del Beato Antonio ricavata nello spazio sottostante il chiostro originario.

CHIESA DI S. MARIA DELLA MISERICORDIA A PIE' D'AGELLO

La chiesa di Santa Maria alle falde del colle Agello ha, nella dedicazione alla Madonna della Misericordia o del Soccorso, il motivo della costruzione e dei numerosi e ripetuti lasciti testamentari per il suo mantenimento: la protezione contro la peste. Notizie catastali si rilevano fin dal 1403, anche se risultava già “noviter aedificata” nell’ anno 1420 come confermato da alcuni legati riportati in atti notarili del 1422 - 25. Nel 5437 si aggiungeva il loggiato esterno mentre ulteriori riadattamenti si eseguivano nel 1570, come annotato sull’architrave delle finestre laterali; nel 1657 si procedeva con l’allungamento del corpo e nel 1623 con la sopraelevazione dell’edificio. Probabilmente nel corso di questi restauri, sostenuti dalla confraternita del Ss. Rosario, che dal 1500 ne amministrava il patrimonio, venne ricoperta la pellicola pittorica che si sviluppava lungo le pareti e sovrapposto il quadro della Madonna del Rosario, opera del Bagnoli (1626), in modo da ricoprire completamente l’affresco della Dormitio Virginis. Nel 1805 le condizioni strutturali dell’edificio erano talmente compromesse da convincere la Confraternita a destinare i materiali di una eventuale demolizione alla nascente Collegiata. Ma in seguito al distacco fortuito dell’intonaco, nel 1814, riemerse alla luce il Transito della Vergine e ciò suggerì un restauro della struttura, eseguito nel 1820; il risanamento completo degli affreschi e la riscoperta di altri sotto gli strati di calce è invece opera relativamente recente (1973). Il panorama pittorico della chiesa aderisce perfettamente al motivo cardine della fondazione: la protezione dei fedeli contro le avversità. In effetti motivazioni votive si notano nelle diverse figurazioni di santi che affollano le pareti del santuario, esperienze artistiche provinciali eseguite da mestieranti attenti più a stupire che a sviluppare concetti, tanto da scivolare spesso in un espressionismo esagerato, quasi grottesco, intrisi da una sensibilità ancora tardo-gotica che si manifesta con l’impianto frontale delle figure e con l’uso di schemi iconografici già collaudati; si tratta quindi di maestranze umbro-marchigiane operanti nella prima metà del 400. Mano e datazione diversa è invece quella che ha raffigurato alcune immagini devozionali lungo la parete esterna, a lato della porta d’ingresso. Nel volto della Santa, a destra dell’entrata, si ravvisano le stesse caratteristiche della S. Lucia in S. Agostino di Norcia, eseguita da Giovanni Sparapane intorno agli anni 1460-66, così pure stilemi simili, definiscono la Madonna con in braccio il Bambino, subito accanto alla prima, in parte distrutta dall’apertura del portale d’ingresso.

CHIESA DI SAN FRANCESCO CON ANNESSO CHIOSTRO ED ORATORIO DEL SS. ROSARIO

La presenza dei Conventuali francescani ad Amandola è attestata da un documento del 1265. La tradizione vuole che dalla sede originaria in S. Maria Sterparia, posta lungo la cinta muraria, il passaggio nel territorio di San Francesco abbia coinciso con il trasferimento dei frati presso la sede definitiva, a ridosso del Castel Leone. Evidentemente il riflesso della povertà francescana doveva coinvolgere anche la costruzione precaria dell’edificio, che quindi già nel 1313 richiedeva radicali trasformazioni tanto da renderne necessaria la riedificazione, come accertato da un’epigrafe murata sulla facciata; il 1352 sanciva la sua consacrazione col titolo definitivo di S. Francesco (Statuti Comunali, 1336). L’edificio ad unica navata termina con un’abside poligonale. Sulla facciata rettangolare con coronamento a timpano, si apre il portale di tipo lombardo con leggero strombo, formato da eleganti piastrini tortili alternati e definito da un arco a tutto sesto inglobante una lunetta; sull’architrave la scritta: “MCCCCXXIII FACTUM TEMPORE M.RI ANTON. (ius) EGIDIJ” che continua, separata da un rosoncino, con “ANTON. (ius) (de) MILANO HOC OP. (us) FECIT”. Paraste decorate a racemi definiscono alle estremità l’ingresso, mentre nella sommità è una statua dell’Eterno. Sul lato destro del presbiterio provenendo dall’ingresso, si apre l’originaria cappella dell’Annunciazione, coincidente col primo ambiente della torre campanaria. Sulla volta “a crociera” sono raffigurati i quattro Evangelisti mentre sulla parete sinistra, l’unica completamente affrescata, campeggia l’Annunciazione compresa fra le immagini dei Ss. Giovanni Battista e Ludovico; a completare la superficie una Crocefissione, nel lunettone sovrastante. Nell’intradosso dell’unica monofora S. Bernardino da Siena si contrappone a S. Antonio da Padova. Restauri relativi al pavimento alla facciata, alle sepolture della chiesa (5623) ed ai lavori nel convento sono confermati da una lapide, in onore del predicatore, padre Andrea Ascenziani, posta a lato dell’ingresso alla cappella dell’Annunciazione. Sullo stesso lato a metà della navata principale si accede alla piccola cappella dedicata a S. Sebastiano. Edificata nel corso degli anni fra il 1486 ed il 1492 da maestranze forestiere, è caratterizzata dalla semplice facciata ornata da due statuette trecentesche raffiguranti l’Annunciazione, inserite ai lati di una Madonna con Bambino in affresco, del bolognese Pompeo Bagnoli, eseguita intorno ai primi decenni del XVII secolo (1620). L’interno, a pianta rettangolare, contiene il maestoso altare ligneo scolpito nel 1653 da Scipione Paris di Matelica (1612 — 1701) e dorato da Giovanni Palocci. E’ sicuramente uno dei migliori esempi di simmetria compositiva, nato nell’ambito della produzione di bottega: quattro colonne scanalate, due per lato, decorate per un terzo della base con motivi floreali e terminanti con capitelli corinzi che sostengono un timpano aperto centralmente, su cui si affaccia una colomba circondata da putti. Una cornice scolpita con quindici formelle raffiguranti i “ Misteri del Rosario “, dipinti dal Malpiedi, attestante il passaggio della chiesa alla Confraternita del Rosario (1616), costituisce un degno contorno al pregevole affresco quattrocentesco (5492) della “Madonna del latte”, opera del pittore ginesino Stefano Folchetti (doc. 1492 - 1513). Di fronte, un’opera di artigianato locale, la balaustra in legno policromo degli amandolesi Giuseppe e Filippo Benattendi. Nel catino absidale della chiesa, posta su una croce di recente fattura, campeggia l’imponente statua lignea scolpita secondo i canoni iconografici del Cristo “Triunphans”, cioè trionfante sulla morte nella resurrezione. Proveniente dall’abbazia dei Ss. Vincenzo ed Anastasio, i capelli sono raccolti, lunghi e divisi nel centro, in lunghe trecce. Baffi e barba particolarmente curati definiscono le labbra sottili, il naso è lungo ed aquilino, gli occhi sono aperti ed indossa il “colobium”, la tunica medioevale, legata in vita con un doppio nodo, tipica caratteristica sacerdotale. Sul torace un breve incasso, probabilmente un reliquiario. Datato verso la fine del ‘200, le braccia sono state considerate di epoca posteriore (XV sec.). La torre è stata riportata nello stile originale lombardo alla fine del ‘800 dopo che un rifacimento barocco ne aveva modificato la struttura. L’attiguo chiostro si dispone su due ordini di arcate poggianti su tozze colonne esagonali, interventi di ristrutturazione sono stati eseguiti nel corso del XVII secolo (prima del 1636) a cui si ricollegano le lunette raffiguranti scene di vita di San Francesco con distici esplicativi sottostanti, in cui i blasoni delle diverse famiglie amandolesi sono stati raffigurati quali benefattori dell’opera di restauro.

CHIESA DI SAN PIETRO E MONASTERO DI SAN LORENZO (MONACHE BENEDETTINE)

La prima memoria circa la presenza dell’Ordine benedettino femminile ad Amandola è attestata da una pergamena del 1276 in cui si procede alla permuta di un terreno fra il Comune ed il monastero, rappresentato dal “magister Petrus Andreae sindicus loci 5. Laurentii”. La sistemazione definitiva del convento segue le vicissitudini dell’Ordine all’interno del territorio comunale dalla primitiva sede .... “intus terram, prope muros comunis in contrada Fontis Petroniae”, l’odierno rione delle Cinque Fonti, alla ipotesi di sistemazione presso Piazza Alta nel luogo scelto per l’edificazione di una chiesa già dedicata a S. Rocco (1634), ma in seguito, per sopravvenute variazioni nella clausola testamentaria, non più concretizzatesi, sino alla definitiva collocazione nel sito attuale, contrada Agello, nell’antico ospizio dei monaci di S. Leonardo al Volubrio, poi passato a canonica del priore di S. Pietro in Castagna. Nel 1779 l’ampliamento del convento comportò l’occupazione delle costruzioni antistanti e per questo motivo, venne costruito il cavalcavia di collegamento fra i due edifici (1780), mentre la chiesa venne ricostruita ed officiata nel 1788 in sostituzione del primitivo edificio, mantenendone la stessa dedicazione. L’interno in stile neoclassico conserva nei primi due altari laterali rispettivamente a destra, lo Sposalizio mistico di S. Caterina ed a sinistra l’Angelo Custode che protegge un bimbo dalle insidie del drago.  Nell’altare maggiore è posta la pala attribuita ad Ippolito Scarsella (1550 — 1620) rappresentante la Madonna con Bambino fra i Ss. Lorenzo, Pietro, Benedetto, Giacomo, e committente identificato con la sigla G.L.E, l’opera si daterebbe intorno agli ultimi anni del ‘500 (fra il 1550-1600).

CONVENTO DEI CAPPUCCINI E CHIESA DI SAN BERNARDINO

Provenienti da S. Maria della Sportella nei pressi della contrada Vidoni, una frazione a nord-ovest di Amandola, i Cappuccini si stabilirono nell’arca edificabile alla sommità del colle Marrubhione nel 1623. La presenza dell’Ordine nel territorio risale però fin dal 1540 come si rileva da una delibera comunale che sanciva “.... si dovessero accogliere onorevolmente, e loro (i frati, ndr.) si desse ospitalità ...”. Infatti la concessione da parte del Comune alla Congregazione dei Cappuccini prevedeva inizialmente l’occupazione di una chiesetta preesistente sin dal 1460 sull’altura del Marrubhione, uno dei tre colli del Comune, di cui le monache benedettine avevano il beneficio ecclesiastico. Ma già due anni dopo si poneva mano ai lavori di ampliamento dell’edificio con la costruzione del convento e della chiesa; i lavori di sistemazione, nonostante l’ampio contributo di singoli cittadini con lasciti ed elargizioni, doveva ancora completarsi nel 1632. L’ingresso al tempio è preceduto da una scalinata che conduce all’ampio portico a quattro campate, il prospetto è a semplice “capanna” con interno a navata unica ed abside piatta. La numerosa quadreria di cui era dotato il convento venne dispersa durante il periodo napoleonico, quando si procedette alla spoliazione di opere d’arte che fortunatamente non vennero esportate all’estero ma finirono in città del nord. Sono presenti altre due pale d’altare fra cui una Vergine col Bambino fra i SS. Francesco e Maria Maddalena ed una Madonna col Bambino fra S. Giuseppe, S. Anna e un altro santo. Nello stesso anno, 1810, il governo napoleonico procedeva alla chiusura al culto del convento, ma cinque anni dopo non solo l’edificio veniva riaperto ai fedeli, ma ingrandito con ulteriori lavori di ampliamento eseguiti nella seconda metà dell’ottocento. Nel 1866 si assiste alla definitiva chiusura con la vendita alla Congregazione della Carità e quindi a privati. Nel 1890, in seguito ad una convenzione fra i proprietari ed i frati, questi ultimi ritornano definitivamente in possesso del convento.